venerdì 3 febbraio 2012

Novità: IL PADRE PRO di Antonio Dragon


Miguel Pro e Josefa Pro de Juarez. Miguel. Aveva molte capacità, fra cui suonare la chitarra e parlare in pubblico senza alcuna paura.
Nel 1914 Michele Agostino Pro si trasferì in una casa religiosa in California; successivamente si recò in Spagna e in Belgio per continuare i suoi studi. Fu ordinato sacerdote il 31 agosto 1925 nella Compagnia di Gesù.
Nell'estate del 1926 Miguel fu autorizzato a tornare in Messico; lungo la strada si fermò a Lourdes e riuscì a celebrare la Messa nella Grotta di Massabielle.
Quando Pro rientrò nel suo paese rimase impressionato dalla violenza della repressione anti-cattolica a seguito della Legge imposta dal Presidente Plutarco Elias Calles. Tra le norme c'era anche quella che multava di 500 pesos i sacerdoti che indossavano l’abito talare al di fuori della chiesa, ragion per cui molti religiosi e religiose cominciarono a far uso di travestimenti.
Anche Padre Pro adottò quello stratagemma, tuttavia alcune persone che conoscevano la sua identità minacciarono di denunciarlo alle autorità. Accadde così che, mentre celebrava l'atto di Consacrazione, Padre Pro fu prelevato dai gendarmi e portato in carcere, processato e poi lasciato libero. Ma i suoi problemi con la giustizia erano appena iniziati: l’accusa che lo raggiunse in breve fu quella dell’omicidio di Alvaro Obregon.
Plutarco Calles volle che l'esecuzione di padre Pro fosse eseguita davanti ai giornalisti e ampiamente fotografata, sperando che potesse fornire un terribile esempio di quello che aspettava i Cristeros.
Ma prima di morire Padre Pro perdonò i suoi assassini e li benedisse. «Che Dio abbia pietà di voi! Che Dio vi benedica! Signore, tu sai che io sono innocente! Con tutto il cuore io perdono i miei nemici.»
Chiese allora un ultimo desiderio, che fu esaudito; preso il rosario, il religioso recitò una breve preghiera; poi alzò le braccia, aprendole come il Cristo e gridò: “Viva Cristo Re!” prima che il plotone, ricevuto l’ordine, puntasse i fucili e sparasse. Era il 23 novembre 1927.




Antonio Dragon
IL PADRE PRO
Il Santo dei Cristeros
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-43-7]
Pag. 192 - € 14,00


giovedì 5 gennaio 2012

Novità: CRISTIADA. Messico martire di Luigi Ziliani

La storia della Chiesa in Messico rappresenta un esempio di coraggio e resistenza, sottomessa a una violenta ostilità dal 1911 al 1940. Fu così aspra che Pio XI la paragonò a quella dei primi secoli cristiani.
Le forze liberali e massoniche trionfatrici nel 1917, erano nelle mani di uomini visceralmente nemici della Chiesa, che operarono nel tentativo di cancellare per sempre l'uomo cattolico messicano. Una così forte intolleranza era dovuta al carattere popolare del Cattolicesimo messicano, la cui diffusione fra la gente era così incomoda da dover essere soppressa con la forza. All'inizio, poiché era impossibile realizzarlo con le armi, si cercò di farlo con le leggi. Ma quando si dimostrarono inefficaci, si tornò ai plotoni di esecuzione.
Nessuno dei Martiri fu sottomesso a un processo legale; nessuno fu condannato per crimini accertati dalla legge. Come in ogni persecuzione, il motivo della condanna fu la semplice appartenenza esplicitamente professata a Gesù Cristo, confessato senza ambiguità con quel grido ripetuto mille volte da quei martiri prima di morire: Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!
Il "basso popolo cristiano", secondo l'espressione usata dai massoni e dai liberali riformisti di allora, rimase fedele alla sua fede nonostante le ostilità della massoneria infiltrata nella borghesia economica e intellettuale.
Molti sacerdoti morirono mentre si recavano a celebrare la messa (nonostante la proibizione di farlo), alcuni con le specie consacrate in bocca, per difenderle dalla profanazione.


Luigi Ziliani
CRISTIADA
Messico martire
Storia della persecuzione

Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-45-1]
Pagg. 216 - € 15,00


lunedì 10 ottobre 2011

Anteprima: CRISTIADA di Luigi Ziliani

La guerra dei cristeros, gloriosa e sfortunata, costata dalle settanta alle ottantacinquemila vite umane, sembra essere considerata tanto dalla Chiesa quanto dallo Stato messicani un malaugurato incidente di percorso nel processo di avvicinamento fra Chiesa e mondo moderno. Sul piano storico, siamo di fronte a un episodio dello scontro plurisecolare, nella sua versione armata e popolare, fra la Modernità, con i suoi processi di secolarizzazione delle culture e delle istituzioni politiche a fondamento religioso, e tali culture, pur residualmente di stampo sacrale tradizionale. Sul piano politico, la “lezione messicana” contribuisce all’elaborazione di una nuova strategia anti cattolica nei confronti dei credenti, quella della “mano tesa”.


Luigi Ziliani
CRISTIADA
Messico martire
Storia della persecuzione
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-45-1]
Pagg. 216 - € 15,00


venerdì 23 settembre 2011

Novità editoriale: IL PRIMATO DI S. PIETRO NEL S. VANGELO di P. M. Zabelli

P. M. Zabelli
IL PRIMATO DI S. PIETRO NEL S. VANGELO

La rivoluzione religiosa del secolo XVI, conosciuta col nome di Riforma o Protestantesimo, pur nell’infinita varietà delle dottrine, si trova unita su di un punto comune, da tutti ammesso come la caratteristica essenziale di tutto il movimento religioso protestante: la negazione dell’autorità del Romano Pontefice, la ribellione a Roma.
Questa ribellione, però, vista alla luce del Vangelo, può essere giustificata? Qui è il nodo della questione, per cui passati ormai quei tempi di lotte e di odii, dovrebbero i nostri fratelli separati, dimenticando i secoli che ci separano, e con essi tante cose amare, domandare a Cristo stesso, alla sua parola, quale ci fu tramandata dai Vangeli, base comune ed accettata per l’esame della verità, se realmente il Romano Pontefice, in quanto è successore di Pietro, abbia, non dico il diritto, ma il dovere di esigere l’obbedienza da tutti quelli che si dicono di Cristo.

P. M. Zabelli
IL PRIMATO DI S. PIETRO NEL S. VANGELO
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-39-0]
Pag. 48 - € 5,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/ilprimatodispietro.htm


giovedì 22 settembre 2011

Novità editoriale: CALVINO di Luigi Nigra

Luigi Nigra
CALVINO

Calvino non fu originale, l’analisi della sua apostasia ci dice che fu attratto nell’orbita di Lutero, si appoggiò a Lutero, ne seguì i medesimi principii: i suoi dogmi fondamentali sono infine i dogmi del protestantesimo, cioè della dottrina di Lutero; ma il suo ingegno, il suo carattere personale, la sua forma mentis hanno dato a quella dottrina delle particolari caratteristiche: Calvino ha preso il pensiero di Lutero, ma l’ha fatto suo.
Sostituire la Chiesa di Calvino a quella del Papa: questo fu il suo scopo. Assolutista nella difesa di questo suo diritto, di sicuro rappresentante ed interprete della verità, della volontà di Dio, cercò, per garantirlo, un sostegno nella forza materiale e perciò per lui lo Stato non era che il servo della Chiesa (la sua) con la missione di farla ad ogni costo trionfare. Egli perciò fu un intransigente nel peggior senso della parola.

Luigi Nigra
CALVINO
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-41-3]
Pag. 40 - € 5,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/calvino.htm

mercoledì 21 settembre 2011

Novità editoriale: IL CREDO DEL PROTESTANTESIMO di Eusebio Maria Vismara

Eusebio Maria Vismara
IL CREDO DEL PROTESTANTESIMO

Il Protestantesimo è fondato sulla base del libero esame. Egli credeva con ciò di liberare le anime dalla disciplina cattolica; in realtà introduceva un principio di anarchia, che doveva finire per distruggere ogni fede cristiana.
Ritardata, al principio, per un resto di attaccamento istintivo a tradizioni secolari, quest’evoluzione rovinosa si manifesta oggi nella sua implacabile virulenza: il Protestantesimo si può, in questo, giudicare (secondo il Vangelo) come l’albero dai suoi frutti.
Ed a questo male non vi è alcun rimedio possibile. Giacché è una chimera fare assegnamento su un assestamento automatico; normalmente le forze dissolventi devono continuare il loro lavoro; di modo che l’ortodossia, anche ridotta al suo minimo, è condannata a sopravvivere in cerchi sempre più ristretti, e ancora sotto forma di semplice opinione indi nella misura in cui il Protestantesimo le conserva, oltreché hanno perduto il gusto dell’intervento nelle questioni dottrinali, esse non saprebbero imporre decisioni senza contraddire ai principî essenziali della Riforma. Cosicché le Chiese sono necessariamente votate al caos, senza poter esigere dai loro adepti il minimo conformismo, né ridurre l’audacia e la stravaganza dei loro pensieri. Non è dunque solo l’unità di fatto che manca al Protestantesimo, ma la possibilità stessa di stabilirla.

Eusebio Maria Vismara
IL CREDO DEL PROTESTANTESIMO
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-40-6]
Pag. 64 - € 6,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/ilcredodelprotestantesimo.htm

martedì 20 settembre 2011

Novità editoriale: LUTERO di Léon Cristiani

Léon Cristiani
LUTERO

Se l’importanza e la gravità di un avvenimento si misurano, come è giusto, dall’ampiezza delle conseguenze che ne derivano, nella Storia ci sono pochi fatti più terribili della rivolta del monaco agostiniano Martino Lutero contro la Chiesa cattolica. Il grande sogno di unità, accarezzato per molto tempo dalla Chiesa romana, e parzialmente attuato nella Cristianità medievale, svanì per causa di quella rivolta; di fronte all’antica Chiesa si fondano le chiese protestanti e invece dell’unità, abbiamo la dispersione. Se Roma è sempre il grande centro di spirituale attrazione del mondo, essa è pure un grande centro di repulsione e un oggetto di odio appassionato ed inestinguibile. Questo movimento ebbe inizio in Germania a Wittenberg.

Léon Cristiani
LUTERO
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-38-3]
Pag. 64 - € 6,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/lutero.htm

mercoledì 23 febbraio 2011

Novità: STORIA DI ROMA di Gottardo Scotton

Della prima Roma non rimarrebbe una pietra, se i Papi non ne avessero salvati dai barbari e custoditi religiosamente gli avanzi.
Della seconda Roma, ossia della Roma Papale, i monumenti sono tanti e così vivi, così gloriosi, che forza umana non può nè potrà mai snaturarli.
Della terza Roma non vediamo finora, che una sola cosa, la libidine della distruzione.
Ma contro tutto e contro tutti, Roma sta e starà ai fini altissimi, ai quali fino dalle prime sue origini fu preordinata da Dio. E quando quegli uomini che il mondo chiama col nome di grandi, non saranno che languide memorie di tempi antichi; quando le rivoluzioni, le battaglie, le guerre, le dinastie, i regni, gli imperi, le repubbliche diventeranno nulla più che un tema da svolgersi sulle panche di scuola; a Roma vivrà sempre, Vicario di Gesù Cristo, Maestro, Dottore e Padre di tutti i popoli della terra, un Vegliardo vestito di bianco, il Papa.



Mons. Gottardo Scotton (1845-1916), originario di Bassano, insieme ai fratelli Mons. Jacopo e Mons. Andrea Scotton si distinse come giornalista, scrittore e oratore.
Per oltre un trentennio condusse aspre battaglie in difesa della S. Sede contro la Massoneria, i modernisti e i murriani, in particolare dalle colonne "La Riscossa per la Chiesa e per la patria", il settimanale fondato dagli Scotton e in più occasioni lodato da san Pio X e dal card. De Lai.
Mons. Gottardo Scotton si prodigò inoltre per l’Opera dei Congressi, che coordinava tutte le associazioni cattoliche, e ricevette dal presidente Paganuzzi l’incarico di promuoverne la struttura nelle diocesi del Meridione. Tra le sue opere principali figurano Il Vangelo studiato minutamente dal parroco e spiegato al popolo (opera in nove volumi) e Il pellegrino cattolico a Roma (1895), guida della città composta in preparazione al Giubileo del 1900.


Gottardo Scotton
STORIA DI ROMA
dalle origini all'Unità d'Italia

Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-36-9]
Pagg. 40 - € 5,00

domenica 10 ottobre 2010

LAVORARE E SACRIFICARSI PER LA GLORIA DI MARIA (Toscana Oggi, 10/10/2010)

Nato a Roma nel 1901, Roberto Ronca diventò prete nel 1928, e dal 1933 al 1948 fu rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Molto attivo nel settore dell’assistenza sociale e in quello dell’impegno civile e politico dei cattolici, Ronca venne consacrato vescovo e dal 1948 al 1955 il Papa gli affidò la Prelatura del Santuario di Pompei. A quel periodo risale anche la fondazione da lui realizzata degli Oblati e delle Oblate della Madonna del Rosario, testimonianza evidente della profonda e ardente pietà mariana che lo caratterizzò per tutta la vita. Ronca partecipò al Concilio Vaticano II e per quattordici anni, fino al 1976, occupò il posto di Ispettore Capo dei Cappellani delle carceri italiane. Morì il 25 settembre 1977, scandendo il nome della Vergine Maria.
Sulla personalità di questo vescovo saldamente legato alla Tradizione cattolica si sono soffermati studiosi del calibro del compianto cardinale Pietro Palazzini, di monsignor Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Castellaneta, e del professor Andrea Riccardi. Negli ultimi anni, un’attenzione particolare è stata dedicata alla figura e all’opera di Ronca da Giuseppe Brienza, storico attento e rigoroso, che, recentemente, ha curato una nuova edizione della prima lettera pastorale scritta da Ronca, recante la data del 5 agosto 1948 (Lavorare e sacrificarsi per la gloria di Maria, Edizioni Amicizia Cristiana, pp. 44, euro 5).
Animato da zelo vivissimo, il giovane vescovo si rivolge con amore alla sua chiesa, scrivendo tra l’altro: «Imitiamo dunque Maria innanzitutto nella sua carità verso Dio e verso il prossimo. Maria Santissima ci sia di esempio e di aiuto nell’amare il Signore con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze, perché questo è il primo dei comandamenti. Maria santissima ci sia di esempio e di aiuto nell’amarci gli uni con gli altri, perché questo comandamento è simile al primo».

lo SCAFFALE di Maurizio Schoepflin
TOSCANA OGGI, 10 ottobre 2010, p. 14

mercoledì 14 luglio 2010

"La storia di monsignor Roberto Ronca" di Omar Ebrahime (ZENIT, 14/07/2010)

Salvò ebrei e antifascisti, aiutò a sconfiggere il comunismo

La storia di monsignor Roberto Ronca

di Omar Ebrahime



ROMA, mercoledì, 14 luglio 2010 (ZENIT.org).- Nell'immediato dopoguerra, l'Italia si trovò a fronteggiare concretamente la minaccia socialcomunista: le elezioni del 18 aprile 1948, le prime dopo l'immane conflitto della seconda guerra mondiale, segnarono una vera e propria battaglia di civiltà fra due idee dell'uomo e del mondo profondamente antitetiche. Da una parte il mondo occidentale, libero e cristiano, dall'altra il mondo socialcomunista che serviva Mosca, rappresentato dal Fronte Popolare d’unione fra il PCI e il PSI.

In quell'occasione la Democrazia Cristiana vinse con la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi (caso unico nella storia della Repubblica) inaugurando così quella che sarebbe stata una lunga stagione di governo. Quello che forse pochi sanno è che la vittoria fu dovuta a un grandioso sforzo di mobilitazione popolare suscitato, fra gli altri, da due uomini: Luigi Gedda (1902-2000), vicepresidente di Azione Cattolica e ideatore dei Comitati Civici e monsignor Roberto Ronca (1901-1977), già rettore del Pontificio Seminario Maggiore a Roma, fondatore e instancabile direttore del movimento civico-politico cattolico e anticomunista “Unione Nazionale Civiltà Italica” (1946-1955).

Un movimento contraddistintosi per aver scelto pubblicamente come proprio vessillo il tricolore, nonché per un'omonima rivista che per anni rappresentò, di fatto, l'unico strumento d'informazione e formazione cattolica e anti-comunista esistente nel nostro Paese. Monsignor Ronca fu anche protagonista di una grandiosa opera di salvataggio per ebrei e antifascisti che si rifugiarono nel Seminario Maggiore nei mesi tremendi dall’ottobre del 1943 fino alla liberazione in cui i nazisti avevano occupato Roma.

Proprio la figura di Ronca viene opportunamente rievocata in questi giorni con un agile libretto in uscita nelle librerie a cura del giornalista e storico cattolico Giuseppe Brienza che raccoglie la prima lettera pastorale del futuro Vescovo di Pompei, uomo di fiducia di Pio XII (Roberto Ronca, Lavorare e sacrificarsi per la gloria di Maria, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2010, http://www.edizioniamiciziacristiana.it/).

Il documento, pubblicato per la prima volta a livello nazionale, uscì originariamente il 5 agosto 1948 e rappresentò una coraggiosa testimonianza di militanza cristiana, anticipando con il suo aperto ripudio delle “dottrine false e sovvertitrici”, il decreto di scomunica ai comunisti emesso il 1° luglio 1949 dall’allora Congregazione del Sant'Uffizio.

La Lettera si apre con una dichiarazione di amore filiale verso la Madonna, “Regina delle Vittorie” (il titolo di cui la Madre di Dio fu insignita dopo la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta nel 1571) e da un “omaggio devoto al Padre comune”, il Sommo Pontefice Pio XII, Vicario di Cristo in terra. Così facendo mons. Ronca mostrava ai suoi fedeli il vero senso della vita cristiana che, fondata sull'Eucaristia, trova i suoi restanti fondamenti nella devozione mariana, che in alcuni accenti sembra ripercorrere la migliore tradizione cattolica (così nelle citazioni di San Bernardo di Chiaravalle), e nell'obbedienza convinta al Papa e al suo Magistero.

Se l'obiettivo del cristiano è quello di instaurare il “Regno di Cristo”, la strada più sicura passa per l'imitazione quotidiana di Maria, Maestra di Fede e Vincitrice di tutte le eresie. Il Rosario, la 'catena' prediletta di Maria, diventa allora il mezzo più prezioso per la santificazione individuale, familiare e sociale secondo l'amato insegnamento del fondatore stesso del Santuario di Pompei, il futuro Beato Bartolo Longo (1841-1926).

Ma la Lettera permette di apprezzare anche le qualità di predicatore, di animatore culturale e persino di profeta di mons. Ronca che seppe prevedere, con lucido sguardo, le conseguenze nefaste che la “scelta religiosa” (e anti-politica) dell'Azione Cattolica avrebbe di lì a poco determinato sull'intero laicato del Paese.

http://www.zenit.org/article-23179?l=italian







Roberto Ronca
LAVORARE E SACRIFICARSI PER LA GLORIA DI MARIA
Presentazione, note fra parentesi quadra e bibliografia
a cura di Giuseppe Brienza
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-34-5]
Pag. 48 - € 5,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/lavorareesacrificarsi.htm

mercoledì 19 maggio 2010

Novità: LAVORARE E SACRIFICARSI PER LA GLORIA DI MARIA

Un anno prima del decreto di “scomunica ai comunisti” del 1° luglio 1949 della Congregazione del Sant'Uffizio, ora chiamata Congregazione per la Dottrina della Fede, il neo-nominato Prelato-arcivescovo di Pompei, Mons. Roberto Ronca, nella sua prima lettera pastorale del 5 agosto 1948, che qui si riproduce con annotazioni e integrazioni storico-bibliografiche, così implorava i fedeli di pregare per coloro che, abbracciando il comunismo, con ciò abbandonavano la Fede ereditata dai padri: «Piangete con me questi figli e fratelli sventurati e con me impetrate per loro la grazia che, ripudiando dottrine false e sovvertitrici, ritornino presto alla vera luce, all’amore dei figli di Dio, alla casa della Madre, la Regina del SS. Rosario!»

Roberto Ronca, nato a Roma nel 1901, dopo una laurea in Ingegneria, entra nel Pontificio Seminario Romano Maggiore ed è qui ordinato sacerdote nel 1928. Dal 1933 al 1948 è rettore dello stesso Seminario lateranense e, negli anni della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca di Roma, ospita negli edifici extra-territoriali vaticani ogni tipo di perseguitati. Nel 1944 fonda l’associazione di assistenza sociale “Aiuto Cristiano” mentre nel dopoguerra, rispondendo alle preoccupazioni di Pio XII riguardo alla costruzione della “nuova Italia”, promuove la fondazione e dirige per un decennio (1946-1955) l’“Unione Nazionale Civiltà Italica”, movimento civico-politico cattolico e anti-comunista. Subito dopo la vittoria elettorale del 18 aprile 1948, cui contribuisce efficacemente, è elevato alla dignità vescovile e, nel 1949, fonda la congregazione religiosa, nei suoi due rami maschile e femminile, degli Oblati e delle Oblate della Madonna del Rosario. Dal 1948 al 1955 è Prelato del Santuario di Pompei (Napoli). Partecipa al Concilio Vaticano II nella “Commissione per la disciplina del clero e del popolo cristiano” e, dal 1962 al 1976, è Ispettore Capo dei Cappellani delle Carceri Italiane. Muore Il 25 settembre 1977 scandendo il nome della Vergine Maria.


Roberto Ronca
LAVORARE E SACRIFICARSI
PER LA GLORIA DI MARIA

Presentazione, note fra parentesi quadra e bibliografia
a cura di Giuseppe Brienza
Edizioni Amicizia Cristiana
[ISBN-978-88-89757-34-5]
Pag. 48 - € 5,00

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/lavorareesacrificarsi.htm

venerdì 12 febbraio 2010

RECENSIONI LIBRARIE: un saggio per Fogazzaro (Corrispondenza romana)

La casa editrice “Amicizia Cristiana”, che si ispira all’eredità dottrinale contro-rivoluzionaria del venerabile Pio Brunone Lanteri, ha ripubblicato un breve saggio dedicato al romanziere filo-modernista Antonio Fogazzaro (1842-1911) il quale, al di là della peculiare vicenda storica e biografica, e dell’aspra polemica religiosa che lo vide protagonista, è importante per la grande somiglianza che presenta con molte altre figure di cattolici progressisti del XX e del XXI secolo (A. Cavallanti, Antonio Fogazzaro nei suoi scritti e nella sua propaganda, Chieti, 2008, 5 euro).

Nato nel cremonese e ordinato sacerdote a soli 21 anni nel 1902, padre Alessandro si occupò da subito di giornalismo collaborando a varie gazzette dell’intransigenza cattolica, assumendo poi la direzione dell’“Unità Cattolica” nel 1909. Fu amico dei padri Mattiussi e de Thot ed ebbe sempre appoggi in Curia, per esempio dai cardinali Gennari e De Lai. Fondò gli Opuscoli Popolari Antimodernisti, collana in cui pubblicò il presente saggio (approvato dall’arcivescovo di Firenze e stampato in 10.000 copie), oltre a molteplici analoghi pamphlet. Collaborò anche alla “Sentinella antimodernista” e alla “Squilla”. Anti-murriano convinto e opposto alla cosiddetta stampa di penetrazione, nel 1913 sull’“Unità” scrisse il “Programma integrale dei cattolici papali”, in cui si opponeva – assieme alla corrente che militava apertamente per le posizioni espresse da san Pio X nell’enciclica Pascendi – al liberalismo in tutte le sue forme e accezioni, incluso l’incauto “liberalismo cattolico”. Allo scoppio della Grande Guerra p. Cavallanti fu nominato cappellano delle truppe di marina e morì a causa di un incidente ferroviario.

Il merito della riproposizione dell’opuscolo di padre Cavallanti sta già tutto nell’omaggio che i cattolici di oggi debbono rendere a quelle figure, a volte misconosciute o cancellate dalla memoria, che combatterono a suo tempo la buona battaglia, soprattutto contribuendo allo sviluppo del cosiddetto movimento cattolico, sorto sotto gli auspici del beato Pio IX e dedito a contrapporre ai laicisti di allora la fede, la morale e la tradizione dei padri. Il nostro critico dunque passa in rassegna brevemente le principali opere del celebre autore veneto: da Malombra (1881) a Daniele Cortis (1885), dal Piccolo mondo antico (1899) al Piccolo mondo moderno (1901), tutti contenenti alcune pagine di dubbia moralità, concentrandosi soprattutto sul romanzo-programma, di chiaro tenore modernista, Il santo (1905), messo all’indice nel 1906. Il Tyrrell capofila del modernismo nel mondo anglosassone lo definì “il romanzo del movimento”.

Il libro fu lodato e magnificato da padre Semeria e da Romolo Murri, da Salvatore Minocchi, Gallarati Scotti e Buonaiuti, mentre fu avversato o almeno criticato dalle riviste intransigenti, dalla Civiltà Cattolica e in generale dall’episcopato.

Dopo la condanna pontificia Fogazzaro dichiarò pubblicamente di sottomettersi, facendo bella figura. Però, solo alcuni mesi dopo, esattamente il 18 gennaio 1907, andò a Parigi e tenne una conferenza presso l’ “Ecole des Hautes Etudes”, subito pubblicata nella rivista conciliarista Il Rinnovamento. In essa, parlando di un personaggio assai ambiguo del romanzo Il santo, in cui vedeva la speranza della Chiesa, Fogazzaro disse ai suoi “buoni intenditori”: «Giovanni Selva appartiene al mondo della realtà quanto voi ed io. Gli ho posto uno pseudonimo e adesso sto per smascherarlo, la prima volta, davanti a voi. Il suo nome vero è Legione. Egli vive, pensa e lavora in Francia, in Inghilterra, in Germania, in America come in Italia. Porta la tonaca e l’uniforme come l’abito di società. Si mostra nelle Università, si nasconde nei Seminari. Lotta nella stampa, prega nell’ombra dei monasteri. Non predica quasi più, ma tiene ancora delle conferenze. E’ esegeta e storico, teologo e dotto, giornalista e poeta… Egli si crede una energia vitale del seno della Chiesa Romana, di quell’organismo colossale del quale si dice nel mondo che ha l’arterie ossificate dalla vecchiezza, che ha perduto la facoltà di adattarsi all’ambiente e che è colpito d’atassia» (pp. 35-36).

http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1172&catid=31

martedì 5 gennaio 2010

Il Bollettino Salesiano - Gennaio 2010

UNA DISPUTA TRA UN AVVOCATO ED UN MINISTRO PROTESTANTE
Torino, Tip. diretta da P. De Agostini, 1853 (Letture Cattoliche, anno I, fase. XIX, dicembre). (OP. ED. V, pagg. 101 ss.). Due atti.

Nel 1848 re Carlo Alberto riconosce a protestanti ed ebrei parità di diritti civili, compreso quello di far proselitismo. I Valdesi lanciano subito una forte campagna: giornali, conferenze, aiuti in denaro, ecc. La gente povera, compresi molti ragazzi di Don Bosco, ne erano ‘accalappiati’. Don Bosco capì il pericolo e fece stampare gli “Avvisi ai Cattolici” mettendo in guardia. Le “Letture Cattoliche” prendono l’avvio in questo clima e per questo scopo; libretti agili e di facile lettura, stampati in migliaia di copie. Questa iniziativa editoriale incontrò un successo straordinario, sebbene avesse avuto non pochi problemi all’inizio: nessun vescovo era disposto all’approvazione ecclesiastica (“cosa pericolosa lanciarsi in battaglia coi protestanti”), tranne, dopo reiterate insistenze, il vescovo di Ivrea. Don Bosco più volte aveva respinto lusinghe e tentativi di corruzione e… attentati. Chi lo difese fu il suo “angelo custode”, il “Grigio”, un cane che sbucava all’improvviso, non si sa da dove. Per comunicare ciò che più gli stava a cuore, Don Bosco si avvaleva del teatro. Ecco, allora, nascere questo dramma con la precisa intenzione di mettere in guardia i suoi giovani.

INTERLOCUTORI: Roberto, avvocato; Testadoro, calzolaio e portinaio; Ferdinando, padrone di casa; Isidoro, di lui amico; Alessandro, apostata e padre di Luigi; Gozan, ministro protestante; Vatson e Milner, viceministri; Ermanno e Bernetti, discepoli di Gozan.
SCENA: Il primo atto è rappresentato nell'atrio della casa del signor Ferdinando. Il secondo in una sala del medesimo.
SOGGETTO: Un certo Alessandro Piatelli, per bisogno e per disperazione, si fece protestante e voleva pure obbligare tutta la famiglia a seguire il suo esempio. La moglie di lui e una sua figlia fuggirono di casa. Eravi ancora un ragazzetto di 14 anni, che il padre voleva pur costringere a farsi protestante. Il buon fanciullo per qualche tempo si schermì, finché trovandosi al punto di dover apostatare, fuggì di casa... Cel vedemmo a correre qui piangendo: ed appena lo potemmo condurre in salvo, sopraggiunse il padre con un grosso bastone in mano, tutto furibondo e minacciante morte al proprio figlio.
Io (Isidoro) e il signor Ferdinando ci siamo adoperati per calmarlo; e per riuscirvi l'abbiamo condotto in casa. Divenuto alquanto padrone di se stesso, assicurò che egli e molti altri suoi amici eransi fatti protestanti per convinzione, e che non avrebbero abbandonata tale religione finché non si fosse venuto ad una pubblica disputa, in cui si fosse discusso e provato che la religione cattolica fosse migliore del protestantesimo. Risi allora e voleva fargli ciò vedere con poche parole, ma quegli si rifiutò, adducendo che tale disputa voleva sentirla tra un cattolico ed un ministro protestante. Abbiamo aderito; egli tosto si recò dal sig. Gozan, pastore, il quale accettò bensì la sfida, ma ci pose per condizione assoluta che egli non voleva disputare con preti, né voleva che ci fossero preti ad ascoltare (Primo atto, scena IX, pagg. 30-31).

Dopo i preliminari di rito, la disputa, che avviene per buona parte del secondo atto, ha per tema l'identità della Chiesa Riformata come vera Chiesa fondata da Gesù Cristo.
L'avvocato Roberto, chiamato a sostenere la difesa della Chiesa Cattolica, non ha difficoltà a controbattere sostenendo che tra Gesù Cristo e Lutero intercorrono 1500 anni, in cui non si hanno tracce della Chiesa Riformata, che pure, se vera Chiesa, dovrebbe essere stata visibile: "Quindi i protestanti potranno dire di trovarsi nella Chiesa di Calvino e di Lutero, ma non mai in quella di Gesù Cristo" (Secondo atto, scena V, pag. 64). Non potendo obiettare molto di più, prima Gozan, poi gli altri due ministri che tentano di intervenire, sono costretti con molto impaccio, a lasciare la sala della disputa. Alessandro, che ha assistito al dibattito insieme al figlio Luigi, rimane fortemente colpito della forza delle argomentazioni cattoliche. Anzi l'avvocato Roberto aggiunge per completezza altri argomenti sul valore della Bibbia, sulle caratteristiche necessarie della vera Chiesa (una, santa, cattolica apostolica) che convincono definitivamente l'apostata ad abiurare e a riconciliarsi con la famiglia.
Il teatro si conclude con un tenero quadretto familiare.




PREMESSA AL TESTO SCRITTO



AL LETTORE. Le prove fatte dai figli che intervengono all'Oratorio di S. Francesco di Sales per rappresentare questo dramma e la soddisfazione dimostrata da quelli che trovaronsi presenti, fanno pensare che non debba riuscire discaro ai nostri lettori l'inserirlo in una dispensa delle Letture Cattoliche. I fatti che riguardano alla famiglia di Alessandro, sono storici; la disputa poi, è un tessuto di fatti ugualmente storici, ma altronde avvenuti, ed ivi collocati per uniformarmi alle regole del dramma.
In tutto quello che ivi si dice dei Protestanti, intendo escludere ogni allusione personale, avendo unicamente di mira la loro dottrina e gli errori in essa contenuti. Credo sia facile rappresentare questo dramma tanto nelle città, quanto nei paesi di campagna, e che, mentre la varietà e l'intreccio delle cose renderanno piacevole il trattenimento, l'errore verrà pure manifestato e la verità conosciuta a maggior gloria di Dio, a vantaggio delle anime, e a decoro di nostra Santa Cattolica Religione.
Sac. Bosco Gioanni





RAPPRESENTAZIONI



Il successo del dramma è documentato da una testimonianza dello stesso Don Bosco. Nel 1874 scriveva un libriccino dal titolo "Massimino, ossia incontro di un giovanotto con un ministro protestante”. Nell'introduttivo "Cenno storico intorno a Massimino" leggiamo: "Ogni volta facevasi inaugurazione degli studi, distribuzione de' premi, promozioni, dialoghi e simili, Massimino faceva sempre la parte principale. Nel teatrino rappresentava con tal gusto e così bene, che non di rado era interrotto dagli applausi prolungati degli spettatori. Fra le opere sceniche da lui predilette era un dramma o commedia intitolata: “Disputa tra un avvocato ed un ministro protestante”. Più volte l'aveva veduta rappresentare; più volte ne fu attore, protagonista, talvolta caratterista, ed opponente; e conosceva tutte le parti così bene che non di rado diveniva attore e suggeritore" (Opere Edite, vol. XXV, p. 127). Ne deduciamo che tale lavoro fu rappresentato più e più volte nell'Oratorio, con tale interscambio di ruoli fra molti ragazzi che viene ancor più consolidata in noi l'idea non esibizionistica del teatro di Don Bosco, ma eminentemente formativa.




NOTE E COMMENTO



*) L'opera si pone con molta attualità nel clima religioso della Torino di metà Ottocento. Le lotte, il più delle volte aspre, tra Cattolici e Valdesi (e Don Bosco ne fece un'esperienza terrificante, subendo attentati alla vita e minacce di vario genere) disorientavano la massa del popolo e non pochi si lasciavano frastornare dalla veemenza degli scontri. La stesura di questo dramma, e ancor più la pubblicazione, obbedisce all'ansia apostolica e al coraggio di Don Bosco di trovarsi in prima fila nella battaglia per la vera religione.

*) La formula della "disputa" si rivela già all'origine, abbastanza spettacolare. In una battuta, Testadoro lo dichiara apertamente: "Questa sera vedrò anch'io un bel teatro: una disputa!” (ATTO SECONDO, scena III, pag. 36). L'attenta ed esperta sceneggiatura, poi, attanaglia ancor più l'attenzione degli spettatori, tanto da far esclamare ancora a Testadoro: "È un bel divertimento vedere queste dispute; parmi piuttosto un teatro che una discussione" (ATTO SECONDO, scena V, pag. 46). A rendere brillante la rappresentazione e gradevole l'ascolto c'è la presenza costante di Testadoro, il ciabattino-portinaio del padrone di casa, una sorte di arguto, burlesco popolano che commenta spiritosamente il susseguirsi degli avvenimenti.

*) Non mancano nel dramma sprazzi che, a distanza di oltre un secolo, conservano per noi caratteri di attualità. Innanzitutto il rapporto di gentile cortesia che viene usato nei confronti dei Protestanti, pur tuttavia in un insieme di fermezza dottrinale. L'opera rispecchia la consueta affabilità di Don Bosco nelle dispute con i Valdesi (ATTO SECONDO, scena V, pag. 46) e non erano certo quelli tempi di ecumenismo! Significativo è l'elogio alla correttezza dei Protestanti: "Devo ciò nonostante dire che trovai una coscienza leale in questi tre ministri" (*).
Di rilievo è anche la trovata di far rifiutare dai Protestanti la presenza di un prete cattolico come difensore, e di far assumere di buon grado la difesa a un laico, l'avvocato Roberto. Risalta qui la profonda fiducia e lungimiranza di Don Bosco nel laicato cattolico, in tempi di accentuato clericalismo. Che non sia un prete poi il difensore ufficiale della Chiesa cattolica induce, nella mente dei giovani, la convinzione che ognuno di loro dovesse essere in grado di prendere posizione personale dinanzi alla scelta della religione e non demandarla alla gerarchia.

*) II dramma è di chiara intonazione apologetico-catechistica. Non mancano quindi aspetti che ne appesantiscono lo svolgersi spettacolare. Innanzitutto alcune troppo lunghe 'tiritere' dell'avv. Roberto sugli errori dei Protestanti. In alcuni momenti vorrebbe addirittura continuare a tenere la parola a oltranza, ma l'esigenza del dialogo si impone e il discorso interrotto... finisce nelle note (a uso – ovviamente – del solo lettore; v. pag. 54). Nel telaio della sceneggiatura gli interventi affidati ai Protestanti sono di gran lunga inferiori per numero e di poco peso polemico. Sono sempre costretti alla difensiva e, infine, cedono talmente in fretta alle argomentazioni cattoliche e con grave impaccio che non resta loro se non l'abbandono della disputa. Sono considerazioni queste, ce ne rendiamo conto, che sebbene siano ritenute giuste dal punto di vista drammaturgico, tuttavia esulano dall'ambiente del tempo che non conosceva il dialogo ecumenico, la reciproca comprensione, l'attenzione alle altrui argomentazioni.

*) Il dramma ha un elevato peso culturale e riflette l’enciclopedica preparazione dell'autore sull'argomento. La ovvia padronanza della dottrina cattolica, ma ancor più l'approfondita conoscenza della dottrina protestante (vedi le continue note di riferimento ai testi dei maggiori esponenti della Riforma) risaltano evidenti, conferendo all'insieme un notevole impegno culturale e teologico. Le elevate ed elaborate forme di sillogismo sono tuttavia stemperate nella voluta semplicità del linguaggio.


INSERTO CULTURA
di Michele Novelli

http://www.sdb.org/bs/articolo.aspx?newsID=7920

mercoledì 9 settembre 2009

RECENSIONI LIBRARIE: Piccolo catechismo del soldato

Se è vero che, storicamente, fenomeni come la leva obbligatoria di massa e certo nazionalismo bellicista sono legati alla modernità nella sua versione laica e giacobina, è pure indubbio che la Chiesa cattolica non ha atteso la Rivoluzione francese o la nascita degli Stati nazionali per sostenere e promuovere la vita militare ed apprezzare il sano amor di Patria. Si pensi ad esempio al Vangelo e agli uomini d’armi incontrati ed elogiati da Gesù, il quale mai intimò loro di “cambiar mestiere” per diventare suoi discepoli… Gesù stesso infatti non era venuto a portare la pace (come la intende il mondo: assenza di conflitti armati per meglio godersi la vita) ma la spada (cioè la lotta contro i propri difetti e per la difesa del Vangelo a costo del sacrificio e della morte).

Si ricordi inoltre che nei primi secoli, al di qua della svolta costantiniana del 313, furono gli eretici e non i Padri della Chiesa ad essere contrari ad ogni uso della forza e alla carriera militare. Nel medioevo cristiano poi, quando «la filosofia del Vangelo governava gli Stati» (Leone XIII) fiorirono la cavalleria e il feudalesimo e nacquero appositi ordini religiosi, di taglio militare, per molteplici scopi di carità sociale e di protezione, i quali ebbero sempre il sostegno dei Papi, dei Concili e dei Vescovi. Che il pacifismo, contemporaneo o antico, fu sempre considerato una dottrina irragionevole e contraria al dogma cattolico appare evidente e, per prenderne atto, basta leggere l’omonima voce nella insuperata Enciclopedia Cattolica, opera impareggiabile di dotti e specialisti, voluta, sostenuta e approvata da Pio XII. Se ancora il “Catechismo della Chiesa cattolica” promulgato in versione definitiva da Giovanni Paolo II nel 1997 ricorda ai nn. 2309 e ss. i criteri e le nozioni della guerra giusta, della legittima difesa con la forza militare e del servizio della patria nella vita militare (quale agente del bene comune e della pace), non si può non lamentare un decadimento generalizzato in ambito cattolico nell’apprezzamento delle “virtù militari” e dell’eroismo del soldato, concetti tante volte celebrati in memorabili discorsi di Pio XI e Pio XII.

La lista dei santi militari è davvero lunga, come ricorda Rino Cammilleri in un suo bel testo, e quello che manca di più nel contesto dell’aggiornamento post-conciliare è la visione agonistica della vita quale combattimento, lotta, gara, “guerra santa”, visione però assai presente nella cristianità: sia nella patristica (si pensi alle due città in permanente conflitto di sant’Agostino), sia nella teologia medioevale (cfr. un san Francesco che si voleva cavaliere e araldo del Gran Re o santa Caterina da Siena che sviluppa nelle sue lettere una vera e propria teologia della Crociata), che nella stessa Chiesa contemporanea che ha sviluppato con l’istituzione dei cappellani militari, attivi e intrepidi in ogni guerra del ’900, una paterna presenza accanto ai militi di tutte le bandiere. La virtù di fortezza è un dono dello Spirito Santo conferito al cristiano nel momento della Cresima, dono che lo rende davvero un soldato di Cristo, apostolo e militante della causa cattolica.

La debolezza al contrario, se non è peccato, porta al peccato, alla rinuncia, alla mediocrità e alla pigrizia spirituale. Per ricordare tutto questo, una piccola e coraggiosa casa editrice ha appena ripubblicato un libretto di grande valore (S. Riva, Piccolo catechismo del soldato, ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2009. Si può richiedere al tel. 0871.63210) uscito per la prima volta nel 1940 (con l’apposito imprimatur ecclesiastico) e destinato ad incoraggiare i soldati italiani al fronte nell’amore dell’Italia e della Fede cristiana.

CR n.1108 del 12/9/2009

http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1027&catid=31

sabato 29 agosto 2009

CHIESA CATTOLICA: disputa anti-protestante

Anche il teatro, come tutte le forme alte di cultura, ha avuto una rinascita e un’insigne fioritura, dopo l’aureo periodo classico, nel medioevo cristiano, grazie in particolare allo zelo e alla finezza intellettuale degli ordini religiosi europei. Nella Controriforma poi esso divenne uno strumento diffusissimo nella pedagogia e nell’educazione della gioventù di tante congregazioni nuove come i Somaschi, gli Scolopi e i Gesuiti.

San Giovanni Bosco († 1888) immortale educatore piemontese, fondatore religioso e apostolo degli umili, fu anche, ed è cosa meno nota, scrittore fecondo e brillante polemista. Purtroppo se abbondano, soprattutto nelle edizioni e nelle librerie salesiane, i libri e le analisi sul gran santo ottocentesco, sono quasi completamente assenti da alcuni decenni a questa parte gli scritti preziosissimi di don Bosco, e questa lacuna ci pare non del tutto casuale. Grande merito costituisce dunque la ripubblicazione di una breve e gustosissima pièce teatrale finita nel dimenticatoio, vero capolavoro di sintesi e di dottrina, ma assolutamente attuale, certamente da riscoprire e magari da riproporre nelle scuole (Giovanni Bosco, Una disputa tra un avvocato e un ministro protestante, edizione Amicizia Cristiana, 2009, 5 euro).

Si tratta di un piccolo dramma in 2 atti, scritto da don Bosco nel 1853 sulla base di «un tessuto di fatti egualmente storici» (p. 5), utilizzati a fini sanamente apologetici e divulgativi, soprattutto per le necessità formative dei giovani del suo Oratorio (che rappresentarono il testo più volte) e del popolo incolto, aggredito dalla propaganda valdese e protestante.

La storia è semplicissima e gustosa. Nel primo atto parla di Alessandro, un cattolico che per ragioni economiche e di convenienza è passato all’eresia, il quale tenta in ogni modo di obbligare il figlio Luigi alla medesima scelta, provocandone la fuga. Provvidenzialmente sul suo cammino incontrerà Ferdinando un buon cristiano che lo aiuterà a tornare sui suoi passi, soprattutto organizzando una vera e propria disputa (descritta nel secondo atto) tra Roberto, un avvocato fedele, e Golan, un ministro protestante. La disputa, con parole facili e ben calibrate, mostrerà al lettore e al fruitore del dramma, l’inconsistenza di tutte le accuse portate alla fede, e si concluderà con il solerte ripiego della parte eretica.

Essendo la vera Chiesa necessariamente “una, santa, cattolica e apostolica”, Roberto (don Bosco) farà notare nella disputa come «la Chiesa Riformata non è una; perché essendo ciascuno libero di interpretare la Bibbia ne derivano tante religioni quante sono le teste dei riformati. Nemmeno è santa: imperciocché nella Chiesa Riformata si rigettano ora tutti, ora la maggior parte dei sacramenti istituiti da Gesù Cristo. Nemmeno la Chiesa Riformata può dimostrare la sua santità con qualche miracolo operato in conferma della nuova Riforma […]. Tanto meno la Chiesa Riformata si può chiamare cattolica ed apostolica, poiché non insegna la dottrina degli Apostoli, non può mostrare alcun successore del capo stabilito da Gesù Cristo a governare la sua Chiesa» (pp. 58-59). Tutto è detto. E se i cattolici di oggi, seguendo i loro maestri del passato, si mettessero a scrivere nuove operette teatrali per confutare gli attuali errori religiosi, partendo magari dal più pernicioso di tutti che è senza dubbio il modernismo?

CR n.1106 del 29/8/2009

http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1020&catid=7

venerdì 3 luglio 2009

L’irripetibile esperienza di un’alba liturgica all’abbazia di Fontgombault

Il tema della liturgia costituisce un importante filo conduttore dell’itinerario intellettuale e spirituale di Joseph Ratzinger. Fin dal 2001, in un’intervista a “La Croix”, il cardinale Ratzinger definiva la liturgia come il frutto di una riflessione di cinquant’anni in cui si ritrova tutto il suo percorso spirituale.

Non a caso il primo volume in tedesco dell’Opera omnia di Benedetto XVI (2008) è dedicato agli scritti liturgici e si apre con una prefazione in cui il Papa ricorda come la liturgia della chiesa, vista nei suoi rapporti con la teologia, abbia costituito l’attività centrale della sua vita.

Lo stesso anno sacerdotale, aperto il 19 giugno di quest’anno, vede al suo centro la celebrazione dell’Eucaristia e l’Eucaristia è il centro dell’azione liturgica. In questo senso il motu proprio Summorum pontificum del 14 settembre 2007, con cui il Papa ha concesso la piena libertà di celebrare la liturgia tradizionale costituisce un evento di straordinaria portata. L’avversione al motu proprio pontificio è il principale punto di coagulo del partito “antiratzingeriano”, mentre è proprio a partire dalla difesa del Rito romano antico che si sviluppa la reazione del nuovo “partito romano” sceso in campo negli ultimi anni per riaffermare il
valore immutabile della Tradizione.

E’ su questo sfondo che va situata la pubblicazione anche in Italia del libro di Martin Mosebach, “Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico” (Cantagalli, Siena 2009), con traduzione e prefazione di Leonardo Allodi. Mosebach è un romanziere e saggista tedesco da anni interessato alla liturgia e ben conosciuto dallo stesso Pontefice. Peter Seewald, nel suo colloquio con l’allora cardinale Ratzinger, “Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio” (San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001), ricorda un poetico passo in cui lo scrittore tedesco descrive la celebrazione di una Messa tradizionale in una desolata cappella di Capri che pare trasfigurarsi quando il sacerdote la “risacralizza” con i suoi gesti e con il suo rito. Questo brano è contenuto, assieme ad altri, nel libro ora pubblicato, il cui significativo titolo rimanda a quella che Dom Prosper Guéranger, il restauratore della liturgia romana nel XIX secolo, definiva l’“eresia antiliturgica”.

Secondo il grande abate di Solesmes “soltanto dove c’è qualcosa da demolire il genio della distruzione cercherà di introdurre veleno” (“L’eresia antiliturgica e la riforma protestante”, Amicizia Cristiana, Chieti, 2008, p. 14). I distruttori del XX secolo sono gli autori di una riforma liturgica che ha provocato una delle fratture più rivoluzionarie del secolo scorso, paragonata da Mosebach alla guerra iconoclasta di Bisanzio. “Vorrei sentire volentieri sulla bocca di un amico della riforma una volta la seguente ammissione – egli scrive – e cioè che mai nella storia della chiesa fino a Papa Paolo VI si sia osato porre in questione le seguenti caratteristiche fondamentali della liturgia tradizionale: la sacralità della lingua, la celebrazione della liturgia versus orientem, sacerdote e comunità insieme rivolti verso Cristo che risorge; infine la più importante: il carattere sacrificale
della celebrazione liturgica” (p. 225).

Tra la liturgia e la fede della chiesa esiste un nesso inscindibile secondo il principio Lex orandi, lex credendi. Al centro del Cristianesimo si trova il mistero dell’Incarnazione. Il messaggio cristiano si riassume in Gesù stesso, uomo-Dio, che promette ai suoi discepoli: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. Questa promessa riguarda una presenza reale, corporea, attraverso l’azione dello Spirito Santo nella liturgia. Si potrebbe dire che la Santa Messa è lo Spirito Santo promesso ai discepoli. “Gesù, la cui esistenza fisica costituiva il centro del suo messaggio, scrive Mosebach, continua a vivere in essa fisicamente, nell’imposizione delle mani, nell’unzione, nei corpi attraverso il pane e il vino” (p. 81).

Il rito è per sua natura immodificabile, perché è sottratto per sua essenza ad ogni modifica, dal momento che ogni intervento distrugge l’esperienza che non il celebrante del rito, ma Cristo stesso opera in esso. Con finezza psicologica Mosebach precisa: “E’ forse meno importante che il rito per secoli e secoli sia rimasto del tutto invariato piuttosto che esso sia stato percepito e vissuto dai partecipanti come appunto invariato” (p. 222). E’ impossibile infatti che una successione di parole e di gesti, anche se esattamente fissati in libri liturgici, sia rimasta invariata attraverso un lungo intervallo di tempo. Il rito, a partire dall’epoca della prima cristianità, non ci è giunto inalterato, perché è destinato a trasformarsi di continuo, impercettibilmente, nel corso dei secoli. Tali trasformazioni e graduali mutamenti non sono mai “riforme”, dal momento che dietro di esse non agisce l’intenzione di fare qualcosa di meglio. E nondimeno, spiega Mosebach, noi possiamo considerare l’antica Messa, a torto chiamata “tridentina” (la si potrebbe meglio definire come “gregoriana”) come immutata, sempre ugualmente offerta come dono dall’alto, dal momento che questi mutamenti erano qualcosa di involontario, intervenuto lentamente e in maniera così graduale che nessuno, quasi, se ne è accorto.

Oggi la Messa costituisce un’irripetibile esperienza, come quella che provocò la conversione di Paul Claudel, la notte di Natale del 1886 a Notre Dame. Bellissima è la descrizione di quanto accade oggi all’alba nell’abbazia benedettina di Fontgombault. E’ buio e la chiesa è vuota, quando un corteo di monaci lascia la sacrestia. Avanzando lungo la navata, il corteo si divide. Davanti a ogni pilone è un altare dove restano un sacerdote e un ministrante, fino a che tutti i dodici altari sono stati occupati. “Chi si mette dietro, al centro della navata della chiesa – scrive Mosebach – ha davanti a sé un’immagine unica. La Messa, che di solito riempie il centro di una chiesa, appare qui di colpo onnipresente, come per un gioco di molteplici riflessi. La prospettiva dello spazio che finisce nel coro è popolata da sacerdoti che celebrano da soli, ciascuno dei quali, con ognuno dei suoi gesti solenni, con l’elevazione delle mani, gli atti di riverenza e le genuflessioni, pretende di fare qualcosa di particolare. Nessun muro, nessuna colonna dove non abbia luogo un sacrificio” (pp. 109-110). Oggi si è rinunciato alla pluralità di messe in nome di una “concelebrazione” che dovrebbe esprimere la dimensione comunitaria della chiesa. Ma quando una molteplicità di sacerdoti celebrano allo stesso tempo un unico rito, essi privano la chiesa e i fedeli del valore infinito di innumerevoli Messe celebrate in altari diversi nella stessa giornata.

A Davide Cantagalli vorremmo suggerire la pubblicazione degli Atti del colloquio, presieduto dal cardinale Ratzinger, che si tenne nel luglio 2001 all’abbazia di Fontgombault sul tema “Autour de la question liturgique”. La liturgia, disse in quell’occasione il cardinale, non deve essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. Essa trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi pretendiamo farne.

(Roberto de Mattei su "Il Foglio" del 3/07/09)

http://www.corrispondenzaromana.it/benedetto-xvi/l-irripetibile-esperienza-di-un-alba-liturgica-all-abbazia-di-fontgombault.html

sabato 2 maggio 2009

RECENSIONI LIBRARIE: la letteratura devota di san Giovanni Bosco

San Giovanni Bosco (1815-1888), fondatore della Congregazione dei Salesiani, pubblicò numerose opere rivolte al popolo e ai giovani per divulgare la dottrina cattolica. In molte di esse Don Bosco attinse ai temi tradizionali dell’apologetica della Chiesa, in particolare per contrastare la penetrazione dell’eresia protestante in Italia, favorita dagli ambienti liberali fautori del Risorgimento.

A Torino il Santo aveva frequentato il “Convitto Ecclesiastico” di san Giuseppe Cafasso, dove non si era persa l’eredità delle “Amicizie” del ven. Pio Bruno Lanteri, la cui azione era protesa alla diffusione della buona stampa cattolica contro gli errori del tempo. L’oratorio salesiano di Valdocco, dove fu poi costruita la chiesa in onore di Maria “Auxilium Christianorum”, divenne il punto di riferimento dei cattolici antiliberali della città, tra cui una delle più importanti benefattrici di Don Bosco, la vandeana Giulia Colbert, Marchesa di Barolo.

Nel 1853, con l’aiuto di mons. Moreno, vescovo di Ivrea, appartenente all’ala intransigente dell’episcopato, Don Bosco iniziò la pubblicazione delle “Lettere Cattoliche”, efficace mezzo di istruzione popolare, edificante e devota, che avranno un’altissima tiratura di copie in tutta Italia. L’operetta teatrale Una disputa tra un avvocato ed un ministro protestante (Giovanni Bosco, Una disputa tra un avvocato ed un ministro protestante, Amicizia Cristiana, Chieti 2009, pp. 64, € 5,00) rientra in questo genere di letteratura; nel breve lavoro Don Bosco, in modo divertente, illustra le «note della Chiesa», mette in berlina i ministri protestanti e smaschera i mezzi di corruzione da essi utilizzati per adescare nuovi adepti.

Durante le famose «passeggiate autunnali» nelle parrocchie piemontesi, la popolazione attendeva con impazienza la recita di queste operette da parte degli alunni di Don Bosco nei teatri comunali.

Sia pure non eccelso dal punto di vista letterario e dichiaratamente didascalico, il testo è però capace di mettere in scena, senza mai annoiare, una disquisizione teologica, fornendo gli spettatori di utili strumenti per la propaganda dottrinaria. Inoltre si avvale di una cornice interessante e presa da un caso realmente accaduto: la conversione, ottenuta mediante la promessa di aiuti economici, di un disoccupato e quindi la richiesta, dietro minaccia di sospensione degli emolumenti, di una conversione estesa all’intera famiglia, che scatena l’ira violenta del disoccupato – ormai abituatosi a ricevere un sostegno economico (e a consumarlo all’osteria) senza dover lavorare – nei confronti di moglie e figli, per nulla disposti a mutare credo religioso.

CR n.1090 del 2/5/2009

http://www.corrispondenzaromana.it/recensioni-librarie/recensioni-librarie-la-letteratura-devota-di-san-giovanni-bosco.html